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Guyana

Podcast Episode: Guyana: storia, cultura, natura e petrolio del Paese anglofono del Sud America

Pippo: Il Sud America nasconde un Paese che è geograficamente amazzonico, culturalmente caraibico e linguisticamente anglofono — e che negli ultimi anni è diventato uno degli esperimenti economici più clamorosi del continente.

Mara: Oggi esploriamo la Guyana in un pezzo firmato da Francesco Ratti: storia coloniale, biodiversità, identità multiculturale e il boom petrolifero che ha trasformato una delle economie più fragili del continente in un caso di studio globale. Cominciamo dalla geografia e dall’identità.

Un Paese ai margini delle grandi narrazioni

Pippo: La domanda di fondo è questa: come fa un Paese con meno di un milione di abitanti a sfidare quasi ogni categoria con cui siamo abituati a leggere il Sud America?

Mara: Il post apre con una sintesi precisa: “La Guyana è uno dei Paesi meno conosciuti e, allo stesso tempo, più sorprendenti del Sud America.” È l’unico Stato sovrano del continente ad avere l’inglese come lingua ufficiale, fa parte della CARICOM, e il suo nome deriva da un termine indigeno che significa terra di molte acque.

Pippo: Il che significa che Georgetown ospita il segretariato di un’organizzazione caraibica pur trovandosi tecnicamente in Sud America — una contraddizione solo apparente, perché storia coloniale britannica, piantagioni e composizione multiculturale la legano profondamente ai Caraibi.

Mara: Esattamente. La popolazione riflette secoli di stratificazioni: circa il 39,8% di origine indiana, il 29,2% di origine africana, il 20% di gruppi misti, il 10,5% di popolazioni indigene. Lingue, religioni e cucina seguono questa stessa logica plurale — il pepperpot, considerato uno dei piatti nazionali, ha radici indigene ma incorpora tecniche africane ed europee.

Pippo: E poi c’è la geografia fisica, che non è da meno: l’87% del territorio coperto da foreste, le cascate Kaieteur con un salto iniziale di 226 metri, il Monte Roraima condiviso con Venezuela e Brasile, e le savane del Rupununi nell’interno.

Mara: La pianura costiera, dove vive la maggioranza della popolazione, si trova in parte al di sotto del livello del mare ed è protetta da un sistema di dighe e canali costruito durante la colonizzazione olandese. Georgetown stessa affronta rischi concreti legati alle inondazioni e all’innalzamento del livello del mare.

Pippo: Quindi: un Paese che ha ereditato l’idraulica dagli olandesi, il common law dai britannici, la demografia dalle piantagioni, e adesso si ritrova seduto su undici miliardi di barili di petrolio offshore. Non male per un Paese che fino a poco fa era tra i più poveri del continente.

Mara: Ed è proprio lì che la storia si fa più complicata. La scoperta nel blocco Stabroek fu annunciata nel 2015, la produzione commerciale iniziò nel 2019, e nel 2023 la Banca Mondiale ha classificato la Guyana come economia ad alto reddito. Il PIL reale è cresciuto del 43,8% nel 2024 e del 19,3% nel 2025.

Pippo: Numeri che fanno girare la testa — e che rischiano di nascondere quanto sia difficile tradurre la crescita aggregata in benessere reale per chi vive nelle aree rurali o nelle comunità indigene dell’interno.

Mara: Il post è esplicito su questo punto: la Banca Mondiale sottolinea che le carenze statistiche rendono difficile valutare con precisione quanto la crescita abbia migliorato le condizioni delle fasce più vulnerabili. Il governo sta investendo in strade, ospedali, scuole ed energia, ma la sfida è costruire istituzioni capaci di gestire progetti di dimensioni molto superiori rispetto al recente passato.

Pippo: E nel frattempo esiste il Natural Resource Fund, il fondo sovrano creato per amministrare una parte delle entrate petrolifere — uno strumento che può funzionare, a condizione che trasparenza e controllo parlamentare reggano alla pressione politica.

Mara: A rendere il quadro ancora più complesso c’è la disputa territoriale con il Venezuela sull’Essequibo, una regione che rappresenta circa due terzi del territorio guyanese. Le udienze pubbliche alla Corte internazionale di giustizia si sono concluse nel maggio 2026, ma la decisione finale non era ancora stata pubblicata a ottobre 2026. Le scoperte petrolifere hanno aumentato l’importanza economica e geopolitica di una controversia che è però molto più antica dell’industria petrolifera.

Pippo: Un Paese che deve gestire simultaneamente un boom estrattivo, una disputa territoriale davanti alla Corte internazionale, la vulnerabilità climatica della costa e la necessità di non svuotare le foreste che coprono quasi tutto il resto.

Mara: Il post chiude su questa tensione: la Guyana conserva una delle maggiori percentuali di copertura forestale al mondo, ma è diventata contemporaneamente un importante produttore di combustibili fossili. Trasparenza, tutela ambientale, inclusione delle comunità indigene e riduzione delle disuguaglianze determineranno se il boom diventerà un’opportunità collettiva o una nuova forma di dipendenza.

Pippo: La Guyana dimostra che il Sud America non è un blocco uniforme — e che i Paesi più piccoli possono porre le domande più grandi su risorse, identità e giustizia distributiva.

Mara: La prossima volta che torneremo su questi temi, avremo probabilmente altri tasselli da aggiungere — la sentenza della Corte, i dati sulla distribuzione del reddito, l’evoluzione del fondo sovrano.

Vista panoramica di Georgetown, capitale della Guyana, con edifici colorati sul lungomare, la cattedrale che domina lo skyline e le colline verdi sullo sfondo sotto un cielo nuvoloso.
Panoramica del lungomare di Georgetown, capitale della Guyana, con il caratteristico skyline urbano affacciato sull’Atlantico.